Prosperare nel disordine o fuggire dalla complessità?

by Valentino Cerrone

In questi giorni si celebra una ingombrante ricorrenza. Un anno dal primo lock down nazionale: ben 365 giorni di restrizioni e divieti calati dai governi come frecce nel nostro già fragile e sfilacciato tessuto sociale per mitigare e contrastare la pandemia del Coronavirus.

Coronavirus: il cigno nero per eccellenza, per mutuare un’ espressione del filosofo matematico Taleb, un evento imprevedibile e di forte impatto. Come un tornado ha sradicato le nostre abitudini mentali e i capisaldi di un sistema economico e sociale, narrato come liquido, dinamico e capace di controllare ogni aspetto della natura, che invece si è mostrato alla prova dei fatti fragile, vulnerabile ed a tratti disorientato.

Se c’è un’immagine o una parola che possono descrivere le varie situazioni e sentimenti generati durante questo arco temporale dal Coronavirus è disordine.

Sfogliando i vocabolari, il disordine è identificato come una mancanza o turbamento dell’ordine, lo stato delle cose disordinate, la confusione.

Disordine, sicuramente perché ancora oggi non c’è chiarezza su quello che sia realmente successo in quella parte di mondo che non conoscevamo abbastanza. La dinamica di propagazione a Wuhan nonostante svariate inchieste è tutt’ora avvolta dal mistero.

Disordine, perché quei mattoni che costituivano le fondamenta economiche e finanziarie del nostro sistema produttivo si sono sbriciolati facendo traballare le economie dell’intero pianeta.

Disordine che interiormente per ognuno di noi si è tradotto nella scomparsa di punti di riferimento, nell’assenza di una collocazione spazio-temporale che le abitudini e le routine quotidiane erano capaci di garantire; permaniamo quindi come naufraghi su una zattera in mezzo a un oceano che la scuote senza sosta in ogni direzione senza giungere ad un approdo definitivo. 

Se a livello semantico la parola disordine descrive generalmente una sensazione di disagio e confusione, è innegabile che ad essa sia legata anche la complessità, un altro convitato di pietra della globalizzazione che l’homo deus si è illuso nei primi anni del duemila di ingabbiare e gestire a proprio favore.

Molti di noi hanno scoperto una condizione esistenziale sconosciuta, quella di percepirsi disorientati e fragili nella complessità. Un inedito che sicuramente non può essere letto con le sole metriche performative propagate come mantra dal mainstream finanziario. Esso richiede invece un viaggio interiore nel proprio io, una comprensione delle complesse dinamiche e dei sotterranei moti che scorrono come fiumi in noi e che governano gli equilibri tra corpo, mente ed ambiente esterno. 

Giunti a questo primo grado di consapevolezza abbiamo davanti noi un bivio, una scelta da effettuare, che non deve essere però inficiata dalla pressione, dalle ansie o dal fattore tempo. 

Calare uno scandaglio nel nostro io sarà come compiere un Viaggio al centro della terra, un percorso sfidante che avrà momenti di sconforto, episodi sfortunati ma altresì scoperte sensazionali, sorprese e traguardi che solitamente si pensa di non poter tagliare, ma soprattutto un arricchimento interiore che ci farà guardare con occhi nuovi la realtà.

In sostanza, quello che si vuole compiere è una percorso di crescita personale, un salto in avanti, uno svincolarsi dalle convenzioni e dagli abiti mentali che ci impediscono di guardare dentro di noi e oltre la superficie della materialità.

Se come ci suggerisce Taleb “Un’opzione è ciò che ci rende antifragili e ci permette di beneficiare del lato positivo dell’incertezza”, prosperare nel disordine è una delle più sfidanti alternative che possiamo sperimentare…

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