Ci si può davvero non ammalare?
La domanda arriva ogni anno, puntuale, quando novembre spalanca le porte ai cosiddetti malanni di stagione: raffreddori, influenze, tracheiti, virus gastrointestinali. Tutti quei piccoli grandi “disturbi” che sembrano colpirci nello stesso momento, come se l’inverno bussasse alla porta non solo con il freddo, ma con un invito a fermarci.
Eppure, dietro questi malanni ricorrenti, si nasconde una storia che parla di educazione emotiva, di cultura, di aspettative, di relazione.
Per capire davvero il nostro modo di ammalarci, bisogna tornare indietro. Alle frasi ascoltate in casa. Ai vissuti dell’infanzia. Alle sensazioni inscritte sotto pelle.
Quando ci insegnano che ammalarsi è un problema
Ora che sono adulta, guardandomi indietro, vedo di essere cresciuta con un’emotività precisa legata ai malanni stagionali: scocciano, disturbano, sono una seccatura.
Puntualmente i bambini stanno male per le feste: la febbre del 24 dicembre, il “cagotto” del 31 dicembre.
E poi la trafila: stare a casa da scuola, cercare la giustificazione del medico, incastrare il lavoro, trovare una soluzione temporanea. Perché ammalarsi, in fondo, è sempre stato qualcosa che intralcia. Improvvisamente diventavo un problema da gestire, una situazione da risolvere.
E ricordo bene anche la domanda più frequente:
“Mo’ come te la sei presa?”
“Mo’ te sei presa pure questa?!”
Come se una mattina, passeggiando, avessi deciso di prendermi una bella febbrona, che mi immobilizza a letto, con dolori, spossatezza e fatica. Come se preferissi sentire il mio corpo che non risponde piuttosto che starmene in giardino a giocare.
E quando mi viene fatta ancora questa domanda mi immagino come se al supermercato avessi scelto di mettere nel carrello una gastroenterite, in offerta speciale. Giusto per il gusto di sentire quell’orribile sensazione di nausea, inappetenza e debolezza sfiancante, invece che andarmene a mangiare una pizza con le amiche.
In realtà, ancora troppo spesso siamo educati a credere che ammalarsi sia un errore, una debolezza, una mancanza di attenzione o cura personale.
E così, cresce la tendenza a sedare immediatamente: al primo starnuto ecco un antinfiammatorio, alla prima linea di febbre subito la medicina per abbassarla, alla prima sensazione di “ossa rotte” un antidolorifico istantaneo.
Ma allora viene da chiedersi: cosa ci costa di più? Sopportare il dolore o prenderci il tempo per guarire?
Il prendersi cura è un percorso
C’è un detto che dice: “Il raffreddore se lo curi dura una settimana, se non lo curi dura sette giorni.”
Mi piace molto perché, al contrario di come può sembrare, non è un invito al non curare un “raffreddore” ma ci bisbiglia una grande verità. Questo modo di dire ci ricorda che trattare i sintomi aiuta a gestire il disagio, ma non può accorciare significativamente la durata di un malessere. Il sistema immunitario deve comunque impiegare tempo per eliminare ciò che in quel momento lo attacca.
È un processo naturale che richiede tempo, andando ovviamente contro alla tendenza moderna. Perchè sembra che esistono magie che ci fanno tornare sani in meno di 24 ore. Forse si, possiamo attenuare i sintomi, ma per guarire occorre dare al corpo il suo tempo ed accompagnarlo, con cura, nel percorso.
Eppure, quando ci ammaliamo, ci sentiamo deboli, sbagliati, certamente non produttivi. Come se il valore di una persona dipendesse dalla sua capacità di funzionare senza mai fermarsi.
Ma l’accettazione della sofferenza, ossia accettare che il malanno e il dolore fanno parte della vita, è il primo passo.
Il secondo, forse più difficile, è prendersi davvero il tempo della cura.
La cura non come un compito da svolgere, ma come una posizione interiore da poter abitare.
Una cura che non combatte il corpo, ma lo accompagna.
“Come te lo sei preso?”
Risponderei: “Vivendo.”
Esporsi alla relazione, al contatto con le persone, ci rende recettivi a tutto.
Come possiamo pensare di vivere in un flusso continuo di incontri, abbracci, vicinanze, feste, scambi… e pretendere di prendere da tutto questo solo ciò che ci fa stare bene?
Come possiamo illuderci che una vita piena non comporti anche piccole fragilità, incrinature, scosse? No, non possiamo pensarlo.
Un raffreddore può essere il risultato di una serata che ci ha reso felici, o una febbre può arrivare dopo giorni intensi, colmi di relazione, e una tracheite può essere semplicemente il segno che abbiamo respirato accanto a chi amavamo, anche se stava male.
E allora, oggi, alla vecchia domanda:
“Ma come te lo sei preso?” risponderei con una semplicità nuova: “Vivendo.”
Perché vivere significa esporsi, essere toccabili, entrare in contatto con mondi diversi dal proprio, anche quando non tutto ciò che arriva è leggero.
Accettare non è subire: è riconoscere un processo naturale
Accettare un malanno non indica subirlo, né rinunciare alla cura. Semplicemente riconoscere che fa parte del movimento della vita, dello scambio continuo in cui siamo immersi, del nostro essere corpi vivi, permeabili, presenti.
Come detto poco fa, se un virus arriva come conseguenza di un abbraccio, di un gesto di cura verso qualcuno che stava male, di una serata condivisa, di un incontro che ci ha nutrito…
allora come possiamo non accettarlo?
Accettare è dire:
“È successo perché sono in relazione con il mondo.”
Spesso questo è già guarigione.
Un corpo in salute non è quello che non si ammala, ma quello che sa guarirsi
Figlio dei nostri tempi è un grande fraintendimento culturale che ci portiamo addosso: pensare che la salute sia l’assenza totale di malattia.
Ma la vita non funziona così. La vita si muove, oscilla, cambia stato, passa attraverso fasi, picchi, cadute, riprese. E il corpo non è un guscio sterile da mantenere immacolato: è un ecosistema vivo, che respira, che si difende, che reagisce, che impara.
Ammalarsi è parte della vita. È l’espressione di un organismo che partecipa al mondo, che interagisce, che dialoga continuamente con ciò che lo circonda.
Un corpo in salute non è un corpo che non si ammala mai, quello sarebbe un corpo isolato, chiuso, non esposto, non coinvolto e, anche in quel caso si incorre nella possibilità di manifestazioni di malattie anche se non virali.
Un corpo davvero sano è un corpo che sa attraversare, che sa guarirsi, che attiva le sue risorse, che riconosce quando fermarsi, che si rigenera.
La salute non è rigidità ma è movimento.
Perché se un sistema resta sempre uguale, immobile, imperturbato, non è forte: è fragile.
La forza sta nella capacità di recupero, nella plasticità, nella resilienza.
Ammalarsi diventa così parte del ciclo naturale: come la notte che prepara il giorno, come l’inverno che prepara la primavera. E quindi no: non è un fallimento, non è una debolezza, non è un errore.
È uno dei modi attraverso cui il corpo si aggiorna, si riorganizza, si rinnova.
Ammalarsi non ci allontana dalla vita.
Ci ricorda che siamo vivi.
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