Il potere della vulnerabilità

by Enzo Celli

Quante volte la delusione è venuta a trovarti? Quante volte hai detto, “Non faccio mai la cosa giusta”, e addirittura, “Evidentemente non sono abbastanza”.

Su cosa si basa quest’evidenza che ti recrimini? 

Io credo che si basi semplicemente sul modo in cui stiamo al mondo. 

Quando ci succede qualcosa di negativo, qualcosa che ci ferisce, siamo subito pronti ad eliminare tutto il buono per concentrarci su una sola, singola, spesso piccola esperienza negativa. Distruggiamo la nostra autostima dicendoci—e ripetendoci—che non siamo abbastanza. 

Come possiamo pensare di essere sempre adatti ad ogni situazione? Come possiamo pensare di essere sempre in connessione perfetta con ciò che ci circonda, con chi ci circonda? Come possiamo pensare che ogni volta, sia la volta buona, che non ci sia mai un giorno in cui ci possiamo concedere di non essere perfetti? 

Siamo umani, prima di tutto, e in quanto tali non conosciamo la perfezione: conosciamo la vulnerabilità. 

La vulnerabilità è strettamente legata alla vergogna, alla paura di andare là fuori, a renderci visibili, ad ammettere la nostra imperfezione; alla paura, di nuovo, di non essere abbastanza. Eppure pensa a tutte le cose che hai raggiunto fin qui: riesci a nominarne anche solo una che hai raggiunto in solitudine, senza creare connessioni, vergognandoti di non meritare un rapporto con gli altri? 

La vulnerabilità spaventa. È normale, è così per tutti. E sai perché? Perché la vulnerabilità non mette in atto nessuna selezione emotiva. Quando decidiamo di renderci visibili, vulnerabili, di essere coraggiosi, accettiamo nello stesso momento il fatto che questo comporterà sia cose belle che cose brutte. 

Ma credi che non rendendoti vulnerabile ti proteggerai davvero dal dolore?

Continuiamo a chiedere certezze all’incertezza invece di abbracciarla come parte di ciò che ci rende umani. Vuol dire che dobbiamo vivere costantemente in bilico? No. Vuol dire che dobbiamo andare là fuori, metterci in gioco, farci vedere, e capire vivendo quali sono quelle cose sulle quali vale la pena investire, quelle cose che ci convincono davvero, quelle cose che vogliamo rendere punti fermi, certezze, ancore di salvezza, sempre. 

Se ci teniamo tutto dentro finiremo per scaricare sugli altri il dolore e il disagio della nostra incapacità di essere vulnerabili. Non comunichiamo più, se non per insultarci, per ferirci, per incolparci a vicenda di colpe di carta, fatte di nulla, dettate dalla paura di dirci invece ‘Capiamo insieme di cosa c’è bisogno’. 

Come facciamo a credere che quello che facciamo non abbia effetto sugli altri, che quello che gli altri fanno non abbia effetto su di noi? 

Possiamo, dobbiamo, imparare a preservarci da chi ci riversa addosso critiche, commenti e cattiverie, perché arriveranno anche quelle; ma possiamo, dobbiamo, imparare ad esporci anche a chi ci dice ‘Sono fiero di te’, ‘Hai fatto un buon lavoro’, a chi ci dice ‘Ti amo’, perché a volte un ‘Ti amo’ spaventa più di un ‘Ti odio’.

Ci spaventiamo del troppo, soprattutto quando quel troppo ci inonda di gioia. Siamo lì, pronti subito a chiederci “Oddio ma posso davvero amare così tanto? Lottare così ferocemente per questa cosa?”. Non c’è garanzia, non c’è certezza: ma se ci siamo resi visibili, se siamo stati coraggiosi, se abbiamo accettato il fatto di essere abbastanza, sempre, allora invece di tornare a metterci in dubbio, invece di richiamare quelle paure che tagliano le gambe, invece di nasconderci di nuovo, dovremmo semplicemente vivere, ed essere grati. 

Grati di questa imperfezione, grati di questa incertezza, grati perfino di questa paura da combattere perché è proprio questa paura che ci rende umani, che ci rende vivi, che ci connette con gli altri: quegli altri che impariamo ad amare, e per i quali diventiamo noi stessi antidoto e cura contro la paura. 

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