Quello che Lawrence Ferlinghetti ci ha insegnato sulla luce

by Veronica Gianello

Solo qualche settimana fa abbiamo assistito all’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti. Di tutta quella giornata, del tumulto, dell’attesa, del timore, dell’aria comunque innegabilmente pesante, alla fine, ricordiamo la cosa più leggera di tutte. Luce. 

A ricordarci cos’è la fede, a farci credere ancora una volta che possiamo permetterci di immaginare un domani senza paura sono stati gli occhi della giovanissima Amanda Gorman che, bella più che mai, ha aperto le porte al giuramento di Biden recitando, o meglio cantando, che c’è sempre luce se solo siamo abbastanza coraggiosi da vederla; se solo siamo abbastanza coraggiosi da diventare noi stessi quella luce. 

Sono tornata con la mente a questo monito, a questo coraggio qualche giorno fa, quando con il caffè ancora caldo in mano ho letto sul giornale della morte di Lawrence Ferlinghetti. E il caffè mi è sembrato un po’ più amaro. È durato un attimo. Poco dopo mi sono ritrovata quasi a sorridere immaginando inconsciamente per qualche secondo a Ferlinghetti come al bisnonno della Gorman. Non ci sarà sangue, non ci saranno Natali insieme, ma un filo invisibile li deve legare per forza. 

City Lights—guarda caso—è stata la casa, lo studio, il grande amore di Ferlinghetti. Solo uno sciocco la potrebbe definire una semplice libreria. City Lights ha definito e coltivato quella generazione di artisti che, da soli, probabilmente non ce l’avrebbero fatta. E non si parla di denaro. Si parla di affacciarsi al mondo dopo la seconda guerra mondiale, si parla di essere scrittori quando il mondo grida soldi, soldi, soldi. Si parla di presenza, di intuito, di pacche sulle spalle e calci in culo. Si parla di bene, bene davvero. 

Siamo nel fermento febbrile di una San Francisco che diventa calamita per l’arte giovane, per l’arte inascoltata, per l’arte che ti brucia gli occhi e non ti fa dormire. Cultura alternativa, contro-cultura, certamente non cultura minore, come spesso invece si crede. È il 1953, e Ferlinghetti decide che qui deve aprire la sua libreria. È un newyorchese con origini italiane, reduce di guerra, ha studiato alla Columbia University e alla Sorbonne. Eppure si ferma qui, e con 500 dollari fonda City Lights: una libreria. Folle e sprecato, gli dissero in molti. Lui continuò a sorridere, sorretto da una visione e da una fede irremovibili. Ferlinghetti aveva capito di cosa avrebbero avuto bisogno le persone, prima ancora che lo capissero loro stesse. 

Di lì a poco gli scapestrati poeti della Beat Generation iniziarono a frequentare con costanza gli spazi di City Lights. Tutti, uno per uno, con i loro eccessi, le loro dipendenze fatte di nuvole e cemento. Tutti, con gli occhi rossi e i passi barcollanti, nei momenti lucidi di genio e ispirazione; tutti, nelle notti di disperazione e bottiglie rotte. Venivano qui perché qui c’era quella luce. Venivano qui perché, anche se Ferlinghetti viene troppo spesso etichettato come ‘il padre della Beat Generation’, ne era in realtà l’angelo custode. Era quello in grado di distaccarsi dal vortice del mondo e della giovinezza che ti lacera il cuore. Era quello che alzava la saracinesca la mattina presto. L’amico sobrio che guida per tornare a casa. Quello che ti permettere di vivere a primavera, anche quando è inverno profondo. 

Guidò da New York attraverso tutta l’America Jack Kerouac bussando alle vetrine di City Lights, distrutto da una vita che non riusciva a trovare il cartello con la direzione giusta.  Ingabbiato da un successo che non aveva chiesto. Avanti, retromarcia, qui gira a destra, no quella dopo. Invertire il senso di marcia. Cazzo. Bussò senza averne la forza, senza nemmeno sapere cosa chiedere, ma Ferlinghetti seppe cosa rispondere. Gli diede le chiavi della sua capanna senza  corrente elettrica ne acqua nel Big Sur, immersa nei boschi di eucalipto, a strapiombo sul Pacifico. ‘Vedrai che lì starai meglio’. Fu così. 

Ferlinghetti vedeva il futuro dove gli altri vedevano il marcio. Ferlinghetti ha salvato una generazione dalla cecità dell’omologazione e del materialismo, offrendo una visione vera, piena e commovente. Di quelle visioni che portano frutto. Di quelle visioni che ti fanno pubblicare Howl, di un giovanissimo Ginsberg. Per quella scelta venne arrestato e processato per oscenità. Si difese e vinse appellandosi alla libertà di parola, una parola che per essere libera deve essere vera e solo nostra. 

Ferlinghetti conosceva i lettori, conosceva gli autori: conosceva il polso delle persone; sentiva da buon marinaio quando il vento del cambiamento cominciava a soffiare. E da buon marinaio non abbandonò mai la nave attirando una ciurma di folli naviganti che con lo sguardo al timone si sente grata. Capitano! Mio Capitano. 

City Lights è l’inevitabile e naturale prolungamento di una mente luminosa. Un prolungamento che è lavoro di semina, attesa e raccolto. Un prolungamento che allena il respiro del maratoneta. Un prolungamento che è faro: quel prolungamento che immagino tra nonno e nipote; tra Ferlinghetti e Gorman, a trascendere generazioni e secoli portandosi dietro solo ciò che serve. Luce. 

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