Voce di incenso e cassettoni di legno

by Veronica Gianello

Sta nevicando. 10, 20, 30 centimetri: i fiocchi continuano a scendere enormi e pesanti, e siamo a quasi un metro. Gennaio 2021, appesantito e minacciato da un’aspettativa esagerata. Cambierà davvero? Mentre me lo chiedo non posso fare a meno di continuare a girare lo sguardo verso la finestra, e ogni volta mi sento scema, e sorrido.

La neve è la distrazione più bella del mondo. Sì, sì, resta concentrata, pensa a lavorare, non ti distrarre. Mi sembra quasi di risentirla la mia maestra Margherita nel suo ingombrante accento ‘Veronica, scendi dalle nuvole!’, e io me ne tornavo giù, aspettando la campanella per trovare papà all’uscita con la slitta.

Alla neve si giustifica un po’ tutto. Non sono mai riuscita ad arrabbiarmi con lei per avermi rinchiusa in casa, per avermi fatto arrivare tardi a lavoro, per avermi fatto perdere un treno, per avermi fatto cadere rovinosamente, solitamente con almeno un paio di spettatori. Non riesco ad arrabbiarmi nemmeno ora, dopo un anno in cui lo stare chiusi in casa ha segnato il nostro vivere, nuovi ritmi e abitudini. Sarà che gli anni delle grandi nevicate preparano solitamente un grande avvenire. Sarà.

Sono tornata tra le mie montagne da un paio di mesi, ma il richiamo della città, oramai, incombe sempre più vicino. Sarà.

Intanto questa neve mi costringe a cambiare di nuovo le mie giornate e a privarmi di una delle cose che preferisco in assoluto. Indipendentemente dal tempo che ho, dal motivo per cui torno qui, da cosa sta succedendo nella mia vita, la cosa che sono più grata di poter fare, e che più mi manca quando sono via è la mia passeggiata al castello. Dio, la mia passeggiata al castello.

Sono nata in un borgo che non riesco mai a descrivere, ma che si legge senza sforzo nel mio carattere, nelle mie sopracciglia che si aggrottano troppo spesso nei miei piedi forti che cercano la terra. A custodire il vivere di questa gente di montagna, della mia gente, si erge fiero, sebbene ormai in rovina, quel che resta del Castel Telvana.

Se ne sta lassù in silenzio, come un eremita, a farsi ancora più bello quando le nuvole accarezzano le sue guglie e il sole che gli tramonta a fianco sembra rallentare, incapace di smettere quel gioco di luci e ombre tra loro.

Ogni giorno parto, mi ritaglio sempre questi 8 km per me. Da sola. È tanta salita, e ascolto il mio respiro che cambia. Le case si fanno sempre più rade, fino a sfumare negli ultimi masi del paese, e quando l’asfalto diventa erba umida, a circa metà percorso, sono arrivata al castello. Da qui è solo piano e discesa prima di tornare a casa. Sono davvero fuori dal mondo, e più la discesa incrementa, più si avvicinano i suoni del paese che mi riportano a cominciare o a riprendere la mia giornata.

Per fortuna però, prima che questo succeda, ho ancora un momento fuori dal mondo da godermi. E che momento.

Appena prima di rivedere le case, arroccato sulla montagna, esattamente sotto al castello, trova perfetta collocazione il Monastero di San Damiano. Su ai frati, come dicono in paese. Ma frati non ce ne sono più. Restano invece, forti più che mai, le monache clarisse. Quante domande ho rivolto da piccola a mia mamma durante la Messa della domenica, proprio al monastero. Non capivo. Tenevo la mano di mia mamma, ricordo, quasi spaventata da quell’ambiente cupo, da quel forte odore di legno, e soprattutto da quel muro enorme dietro l’altare, che custodiva un mondo segreto. Ascoltavo le letture, i canti, le invocazioni, ma non potevo vedere. Perché? Sì, ma cosa vuol dire clausura? Non possono neanche andare a fare la spesa? E se stanno male, non vanno all’ospedale? Mamma… Ma Babbo Natale passa anche per loro?

Un giorno ho provato a interrogare mia nonna. ‘È l’amore per l’invisibile, l’amore più grande’. Vabbè nonna, grazie per l’aiuto. Eppure aveva ragione, ma questo l’ho capito solo molto più avanti.

Sono cresciuta con le loro voci in testa, ascoltando sempre di più, e chiedendo sempre di meno.

Qualche anno fa, quando già abitavo lontana da un po’ di tempo, mi stavo godendo la mia passeggiata, persa nei miei pensieri, accaldata dalla salita. Non era un grande periodo, e non avevo grandi soluzioni per uscirne.

Ho un passo molto veloce, e le sopracciglia ancora aggrottate; è più forte di me.

Il verde stava sfumando in asfalto, di lì a poco sarei arrivata al monastero.

Impietrisco. Non riesco più a fare un passo. Il respiro è caldo e intenso, e un pum pum, pum pum, ora lo sovrasta.

Sento venire da poco più avanti, quando ancora qualche albero regala silvestri scorci nascosti e protetti, una voce. Non era una voce, era quella voce. La voce dietro il muro, la voce che profuma di incenso e cassettoni di legno, la voce delle domande mai più chieste, la voce che credi di non ricordare neanche più. Quella voce cantava, ed era fuori dal convento.

Espiro, e mentre l’aria esce sciolgo lo stupore in passi lenti e incerti. Mi sento ladra di un momento intimo e puro. Provo a passare oltre senza buttare l’occhio nella rientranza che la nasconde.

Non ce l’ho fatta. Incantata, immobile, incredula. Ho scorso le sue mani, di un’età non distante dalla mia, ma con una saggezza che io non conoscevo. Grano dopo grano, nota dopo nota. Mi vede, mi scopre, la voce smette di cantare. Vorrei scomparire ora, e ancora una volta sono impossibilitata a muovermi.

Lei inclina leggermente la testa e compare inaspettata una fossetta a lato del suo labbro. È il suo saluto, la sua riverenza, il suo timido e rispettoso scusarsi, non si sa nemmeno per cosa.

Mi riprendo, e mi sembra di risentire ancora la voce della mia maestra Margherita nel suo ingombrante accento ‘Veronica, scendi dalle nuvole!’. Scendo maestra, scendo.

Non ho mai più visto un gesto tanto elegante. Non ho mai più chiesto nulla a mia mamma. Ho continuato ad aspettarmi di trovarla ancora lì, camminata dopo camminata. Ho ricantato quella canzone in testa senza pensarci, ogni volta che ero lontana e avrei voluto solo camminare lassù. Ho superato quel periodo pur non avendo soluzioni. Ne ho superati altri. Ho continuato ad avere un passo veloce e sopracciglia aggrottate, ma non ho più camminato per cercare risposte. Da quel giorno ho iniziato a camminare per imparare ad ascoltare.

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