Un punto di sutura sopra il vuoto

by Veronica Gianello

La storia, tramite copiosi racconti, miti e parabole, ci ha da sempre mostrato che ogni tentativo da parte dell’uomo di porsi in atteggiamento di superiorità nei confronti della natura, o addirittura del sovrannaturale, ha inevitabilmente portato a risultati miserabili: da babeliche costruzioni, a viaggi verso il sole, a cacce alle balene, a spaventose creazioni di improbabili esseri più o meno umani.

Ci sono poi storie di incontri e scontri tra uomo e natura che per risolversi devono necessariamente essere vissuti. Bisogna essere abili ascoltatori, capaci di aspettare il momento giusto.

La necessità di queste risoluzioni che originano da una tensione, da un’energia che pulsa, da un sentire che vibra imperterrito, come spesso accade per i racconti antichi, altro non sono che trasposizioni del nostro quotidiano.

Maestro indiscusso nel trasformare in poesia il quotidiano, Erri De Luca nel suo racconto ‘Il peso della farfalla’, ci parla di noi.

Eppure, il suo raccontare parte da lontano: ci sono due re. Il primo è un umano, un bracconiere, che si proclama ‘re’ per la sua capacità di essere superiore all’animale. Uccide perché può, uccide perché il suo essere ormai anziano, eremita e solitario abitante di quella cima di montagna, lontano dai suoi simili, lo rende ormai più bestia che uomo, insofferente a qualsiasi richiamo da fondovalle. Il secondo re è un camoscio, il camoscio, la bestia in assoluto più perfezionata alla corsa sopra i precipizi. I due re si cercano e si evitano per tutta la vita. Ma i loro fisici sono ora sempre più asciutti, senza però per questo perdere vigore. Il loro rincorrersi senza volersi mai scoprire deve necessariamente trovare una chiusa. Conservano le forze per quell’ultimo, decisivo trovarsi. E più si asciugano i fisici degli instancabili duellanti, più si asciuga la scrittura di De Luca, che spoglia ed essenziale prepara il momento dell’ormai inevitabile scontro tra uomo e natura.

È testardo l’uomo, incapace di ascoltare. Il suo perpetuo proiettarsi verso il futuro lo rende poco abile a fiutare il presente, come invece è in grado di fare il camoscio. Questo desiderio di prevedere, ponendosi costantemente fuori dal proprio tempo, crea un accumulo di scarti di azioni, di pensiero e di sentire all’interno della sua coscienza umana. Questo accumulo di non detto, non fatto e non sentito, diventa peso. E noi ce lo portiamo dietro, ancora una volta, senza sentirlo, troppo presi dalla nostra assurda lotta contro qualcosa di troppo grande per noi.

Ed ecco che il momento della lotta arriva, e il camoscio mostra la propria regalità nel suo sottomettersi a chi si crede superiore. Un salto che diventa rammendo tra due bordi, un punto di sutura sopra il vuoto. Un unico colpo, e una farfalla bianca che spesso volava sopra sopra le corna del re, e che ora si avvicina al bracconiere. L’uomo ha vinto, svuotandosi di tutto. In un attimo appare evidente che in questa morte non può esserci vittoria. L’uomo, il vecchio, il prevaricatore, spinto da una morale che forse anticipa la sua sorte inevitabile, si carica in spalla il corpo senza vita del suo eterno rivale. L’uomo è più forte, a quanto pare. Eppure mentre l’uomo ormai tutt’uno con la sua conquista, prova ad alzarsi, si sente finalmente pesante. Non può più reggere alcun peso. Non c’è forza abbastanza grande che possa permettere a questa strana statua formata dall’uomo che porta in spalla il camoscio di continuare a vivere. Il vero peso che immobilizza l’uomo, tuttavia, non è quella carcassa che sovrasta la sua piccolezza. Quell’accumulo di cose non dette, non fatte, di troppo pensare fuori dal nostro tempo, di lotte inutili che prosciugano le nostre energie ci impedisce di vedere e sentire. E a paradossale contrasto di questo peso, torna quella farfalla bianca a posarsi sui buffi tentativi di rialzata dell’uomo. Una farfalla, come una carezza, che aggiunta sopra quel carico, lo fa finalmente crollare. Una farfalla come la intendevano i greci, segno del nostro io più profondo, di quella parte di noi che non conosciamo e che ci spaventa. Una farfalla pesante, che ha dovuto necessariamente fare esperienza di morte per liberarsi, trasformarsi e diventare di nuovo vita. Una farfalla che fa morire i re, perché l’uomo ricordi di essere egli stesso parte del generoso progetto della natura.

In questo affacciarci al nuovo anno, siamo anche noi vacillanti, proviamo a rialzarci come il vecchio bracconiere, incerti sulla tenuta delle nostre gambe. Il futuro sta arrivando, e per non crollare sotto il suo peso dobbiamo imparare dal camoscio a fiutare il presente, fidandoci del nostro sentire, dell’istinto che la natura ci dona; dobbiamo essere pronti ad accogliere con gioia il peso di quella farfalla bianca che ci permette ogni volta di prenderci il tempo di trasformarci per rinascere ancora… per rinascere sempre.

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