Mi considero un ottimista

by Davide Rossi

Mi considero un ottimista ma è una generalizzazione non applicabile ad ogni ambito del mio vivere. Ad esempio sono molto sfiduciato sullo sviluppo dell’umanità.

Non è per le guerre, né per la ferocia in genere. Nemmeno per l’avidità, per l’egoismo innato, per la violenza verso gli altri o per l’attacco vero o presunto in ambiti più o meno astratti tipo “il futuro del pianeta” o “il futuro che lasciamo ai giovani” ed altri scenari apocalittici che riempiono bocche e cuore di colpevoli neo-fricchettoni o i portafogli degli esperti. Non penso alla camorra. Non penso nemmeno ai politici ed alle istituzioni di questo paese finito. No

Quando penso che il genere umano sia senza speranza io penso a cose più semplici. Tipo, che so, alla carta lanciata dal finestrino, al gratta e vinci buttato per terra all’uscita del tabaccaio, alla stessa esistenza del gratta e vinci, alle cicche delle sigarette lanciate con nonchalance per terra da duecento anni ad oggi, ed ancora alle auto parcheggiate in doppia e tripla fila, a quelle sui marciapiedi, a quelle che ti superano a 140 a tre millimetri al tuo fianco, quelle che stanno pronte a superarti, ma ad una distanza di sicurezza di 20 centimetri. Penso alle auto parcheggiate sulle strisce pedonali. Penso alle strisce pedonali, a quelle che qui a Sora la nuova amministrazione ha ridipinto belle evidenti bianco e rosso. Oh, per un mesetto è successa una cosa inverosimile, tipo che se le attraversavi le auto si fermavano per davvero, rispettose del codice e di te… pensavi. Poi si è capito che trattavasi di semplici strisce pedonali, come quelle di prima, solo con del rosso in mezzo al vecchio caro bianco. E così la magia è svanita. Se adesso devi attraversare corri! Corri figlio, corri!

Penso ai cellulari che ancora urlano la marcia trionfale dell’Aida o un Gigi D’Alessio che sia, a decibel che superano il rumore del treno, mentre altri chissà perché hanno pensato fosse più rispettoso abbassare la suoneria.

Rispettoso. Rispettoso. Rispetto. Rispetto per lo sconosciuto. Per il prossimo. C’è anche sul Vangelo.

Penso a tutte le gomme da masticare attaccate sotto le sedie del mio ufficio, a quelle sputate di nascosto nei vasi dei miei fiori, a quelle più fortunate diventate eternità sui marciapiedi e sull’asfalto.

Penso ancora alle auto che superano a destra tutta la fila, mentre gli altri attendono il loro turno allo stop. Mica devi andare lontano. Trovati uno stop degno di questo nome. Meglio ancora, trovati l’uscita di una superstrada importante, dove le moltitudini sono costrette dalle dure leggi della fisica ad arrivare tutte insieme al traguardo. Spazio e tempo, altro che legalità.

Che so, vai alla Romanina, fine del tratto A1 – Grande Raccordo Anulare, e conta quanti ignorano la fila ordinata di chi ha pazienza e rispetto, i fessi. Oppure ricorda gli ingorghi con furbi all’ex uscita della Sora-Frosinone, prima che quella cosa continuasse fino a Ferentino, dove adesso c’è una rotatoria.

Ah, le rotatorie… si fa ancora finta ancora di non capire come funzioni la precedenza al loro interno. Non c’erano rotatorie quando prendemmo la patente, da cui…

Nelle rotatorie lo spazio-tempo si ribalta, gli oggetti galleggiano nel vuoto, appaiono piovre alate e qualcuno scompare, inghiottito da questa porta circolare che conduce, come in un Dylan Dog, verso dimensioni parallele.

Sulle teorie della precedenza in rotatoria si potrebbero scrivere libri. Tesi riportate al sottoscritto narrano addirittura di una precedenza che andrebbe data a chi, nel cerchio magico, vada più veloce degli altri.

Esatto! Hai vinto la “Conca dell’alleanza”, il nuovo simbolo di una terra che non ce la può fare. Non in civiltà almeno.

Penso ai miei professori che in classe si leggevano tutto il giornale ed ai compagni di classe che lo portavano apposta, perché il ladro lo leggesse, non interrogasse e magari si compiacesse del gesto. Chiaramente la Gazzetta o il Corriere dello Sport, ma questo credo fosse sottinteso. Scusate. E poi sto scadendo verso la critica alle istituzioni. No, no!

Ecco, penso alla gente che sputa per terra, ai maschi che pisciano e non si lavano le mani, alle femmine che passano davanti alla fila del cesso in autogrill fingendo di essere incinte (mi è successo), ai vecchi che ancora, ancora e ancora ti passano davanti, al banco dei salumi. Manco se i Francesi non fossero andati via, all’inizio dell’800 dopo le loro scorribande locali, ed avessero instaurato anche qui la loro repubblica, sarebbe cambiato qualcosa nei cromosomi di questa gente abituata a fottersi l’una con l’altra a colpi di furbizia.

Si, parlo degli Italiani, dei ciociari, dei miei simili e vicini, perché questi conosco. Forse si fa così pure altrove, dove più dove meno. Qui si fa così. E fa schifo. Tocca provare un senso di ribrezzo ogni volta, altrimenti si rischia di abituarsi. E quando l’abisso si aprirà davvero ci troverà disarmati, perché “tant’è”, “che ci vuoi fare” e “tira a campare” faranno ancora parte delle nostre risposte possibili.

Se provi a convincere la vecchia che c’eri prima tu, oppure provi a parlare educatamente a quello che poco prima ti è passato avanti utilizzando la corsia di emergenza, e che ora sosta sulle strisce dove tuo figlio non può più attraversare, ecco, tu rischi di essere ucciso.

Dico veramente. Provate! Ecco perché non proviamo più. Perché fondamentalmente abbiamo paura, non facciamo arti marziali, siamo piccoli e deboli, evitiamo di rovinarci la giornata con arrabbiature da infarto precoce e forse anche perché pure noi sotto sotto non ci sentiamo socialmente scandinavi.

Questa riflessione non ha capo e soprattutto non ha coda. Ognuno, se vuole, aggiunga del suo e magari mi aiuti a capire cosa fare.

Cosa fare?

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