Un muro, o una spina di cactus

by Veronica Gianello

Trentuno anni fa cadeva il muro di Berlino. L’inizio di una nuova era: un fiume di corpi, sogni e megafoni si mescolava allo sgretolarsi di quel muro di incomprensioni e paura, aprendo finalmente la strada al futuro. Sarebbe bello e allo stesso tempo ingenuo pensare che Berlino sia stata davvero la fine di tutto.

Basta muri, basta noi di qua e voi di là, basta checkpoint. Invece, una storia spaventosamente recente ci ricorda che da quella notte di novembre affacciata agli anni ’90 non abbiamo imparato nulla.

Al tempo esistevano 15 muri sparsi in tutto il mondo. Oggi ne contiamo 70, con altri 7 grandi progetti finanziati e in fase di realizzazione.

La fine della dicotomia delineata dalla cortina di ferro ha segnato allo stesso tempo la fine della storia come l’abbiamo sempre intesa. L’avvento della globalizzazione vorrebbe farci credere che viviamo in un mondo interconnesso, in continuo e proficuo scambio. 70 muri in tutto il mondo ci ricordano che non è così.

Siamo terrorizzati dal contatto con l’altro, paralizzati dalla paura che il diverso possa cambiarci. Ecco, forse è proprio il cambiamento che ci spaventa più di tutto, e il dolore che questo inevitabilmente comporta. Assurdo, se pensiamo di vivere davvero nella società liquida di Baumann, dove l’unica certezza in una società senza più confini… è proprio l’incertezza.

Una società senza confini.

Paradossalmente gli esempi contemporanei che più ci mostrano cos’è il cambiamento e perché è necessario, provengono proprio dalle terre di mezzo più brutalmente segnate dalla presenza di muri ideologici prima ancora di essere fisici. Gli abitanti di queste terre imparano presto a fare tesoro della sofferenza. Non a caso una delle frasi che più spesso mi guida, ‘ricava poesia dalla povertà e canzone dalla sofferenza’, è un antico detto messicano. Messicano.

La gente di confine, i meticciati culturali e linguistici, ci ricordano che non può e non deve esistere per forza un di qua e un di là.

Ci sono condizioni esterne, politiche e storiche sulle quali non abbiamo alcun potere d’azione. Esistono però diversi modi di vivere queste imposizioni. La vita di rimbalzo da un lato all’altro del muro si impara lentamente, lasciando che l’attraversamento di un muro estero diventi interno. È nel continuo andirivieni tra culture e tradizioni che si dà voce al proprio essere. Il silenzio è una voce che troppo spesso caratterizza la vita a ridosso dei muri.

Ancora una volta, la paura del cambiamento, la paura del dolore, la paura di attraversare quei confini interni ci blocca. Per fortuna però, alcune voci parlano per tanti, creando un coro di coraggio che parola dopo parola forma una rete di sostegno per chi ancora resta muto con gli occhi al cielo, cercando la fine di quel gigante di ferro e cemento.

Gloria Anzaldúa, come molti altri suoi conterranei, ha trovato nella scrittura una sorta di catarsi che la ha permesso di ‘intagliare e cesellare il proprio volto come più desiderava’. Il processo di accettazione di questo essere condivisa tra più mondi comporta quel dolore necessario di cui abbiamo parlato sopra. Un dolore inevitabile perché anticipatore di cambiamento, ed è solo in questo continuo ciclo di dolore e piacere che i muri, perlomeno quelli interni, possono essere abbattuti.

Vivere in questa terra di mezzo è ciò che mi permette di creare e di crearmi ogni giorno. È come una spina di cactus conficcato nella carne. Penetra sempre più profondamente, e io lo continuo a toccare e rigirare per sentire ancora più dolore. Quando sento che il dolore è al suo massimo allora inizio a chiedermi cosa devo fare per porre fine a questa sofferenza. Così, scendo giù con le unghie fin dove l’ago si è radicato e premo forte. È il momento di sofferenza più acuto, ma finché non sento quel dolore so che non ci potrà essere sollievo. E in un secondo eccolo che esce. Finisce così il disagio, finisce l’ambivalenza. Finché un’altra spina non bucherà di nuovo la mia pelle. Vivere alla frontiera per me è questo: un ciclo infinito di dolore e piacere, ma un ciclo che mi restituisce sempre qualcosa di utile, qualunque cosa essa sia. (‘Borderlands/La Frontera: The New Mestiza’, Gloria Anzaldúa)

Related Articles